17.9.08

Presentazione "CineFilosofando" - Marco Apolloni - Cesano Maderno


Comune di Cesano Maderno
Biblioteca Comunale “Vincenzo Pappalettera”

presenta

“CineFilosofando – La vita è come un film”
Presentazione del libro di Marco Apolloni

GIOVEDI 18 SETTEMBRE 2008
Ore 21.00

Sala Pavoni c/o Biblioteca Civica “Vincenzo Pappalettera”
Via Borromeo, 5 - Cesano Maderno (Milano)

Modera: prof. Giuseppe Girgenti dell’Università “Vita-Salute” San Raffaele

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Giovedì 18 settembre, alle ore 21.00, la “Sala Pavoni” della Biblioteca Civica cesanese di via Borromeo 5 ospiterà la presentazione del libro CineFilosofando (2008, Kimerik Edizioni) di Marco Apolloni. Dopo le affollate presentazioni di Civitanova Marche e Castelfidardo, questa nuova tappa del tour divulgativo del venticinquenne fidardense toccherà dunque Cesano Maderno, la città in cui ha vissuto e studiato negli ultimi due anni e in cui ha conseguito la laurea magistrale/specialistica lo scorso 14 luglio. «Trascorrere questi due intensi anni in Brianza è stata per me un’esperienza significativa, che mi lascerà dentro dei ricordi molto positivi. Soprattutto la gente, con cui ho avuto a che fare, mi si è rivelata quasi sempre disponibile e amicale. Inoltre, a Palazzo Borromeo ho avuto modo di affinare i miei strumenti di studio e di maturare come studioso» dichiara a tal proposito l’autore Apolloni.
La serata prevedrà la partecipazione del professor Giuseppe Girgenti, Ricercatore di Storia della Filosofia Antica presso la sede cesanese dell’Università “Vita-Salute” San Raffaele, che per l’occasione indosserà le vesti di moderatore.
CineFilosofando un saggio anticonvenzionale a cavallo fra cinema e letteratura, che analizza sette pellicole in maniera scorrevole e soprattutto evitando ogni riferimento puramente tecnico. Si tratta infatti di un testo che – a dispetto di quanto possa far intuire il titolo – è accessibile a tutti, in particolar modo a coloro che si ritengono dei veri e propri amanti della cinematografia in senso lato. Attraverso gli occhi di uno spettatore attento e al tempo stesso curioso di scovare sempre nuovi particolari, l’autore Marco Apolloni tenta di recensire le sette pellicole dando una spiegazione umanistica di esse, ricollegando i sette film alle rispettive epoche – dal Medioevo e l’era dei vichinghi all’epoca nazista e all’era odierna – e filosofie di vita – ad esempio, il sacrificio del samurai e il sacrifico messianico per il bene dell’umanità.
I film analizzati sono più o meno noti al grande pubblico e comprendono sia pellicole storiche che recenti realizzazioni. Ghost Dog, Donnie Darko, L’ultima tentazione di Cristo, Il tredicesimo guerriero, Tristano & Isotta, La caduta, L’appartamento spagnolo: sono tutti film conosciuti, per un motivo o per l’altro. Il primo parla di un samurai dei nostri tempi con le movenze di un rapper; il secondo tratta l’avventurosa esperienza dei viaggi nel tempo; il secondo il terzo racconta la storia di un dio che si è fatto uomo ed è morto per lavare i peccati degli uomini; il quarto è ambientato nelle lande brumose del nord in un’epoca buia, il Medioevo; il quinto riguarda una delle storie d’amore più famose, nonché tra le più tormentate di tutti i tempi; il sesto racchiude – per dirlo con Hannah Arendt – la «banalità del male» del Novecento, il nazismo; infine il settimo rappresenta un inno all’europeismo.

4.9.08

Avere ottant'anni oggi: da Fidel alla brillantina

di Silvia Del Beccaro

Si dice che pochi sappiano veramente essere vecchi... Ma in fondo non è poi così vero come aforisma. Fu François de la Rochefoucauld, scrittore e filosofo francese, a forgiare questa celeberrima frase che forse un tempo poteva essere presa per vera ma che oggi perde decisamente di valore. Il francese avrebbe dovuto vivere ai giorni nostri, i moderni anni 2000: in cui i pensionati fanno yoga per mantenere la loro giovinezza interiore, in cui la celeberrima Signora Fletcher continua a risolvere casi investigativi a cui neanche la polizia sa trovare soluzione, in cui governano ancora capi di Stato pluricentenari che dai vertici muovono le pedine più giovani, in cui i più grandi tedofori olimpici superano i sessant’anni di età. Perché in fondo avere ottant’anni oggi non è più così difficile, come una volta. Diversi sono gli antidoti in grado di garantire ad una persona anziana un buon stato di salute e una freschezza mentale tale per cui un ottantenne, oggi, può permettersi molti lussi. Sono decine, infatti, gli ottantenni famosi che possono essere presi a esempio e che mantengono una “bella cera”, per così dire.
Chiedetelo per esempio alla brillantina, la famosa grease che ha dato il nome alla pellicola interpretata da John Travolta (nei panni di Danny Zucco). La brillantina è nata il 16 aprile 1928 nei laboratori della County Chemical Company di Birmingham, in Inghilterra. Prima c'era solo olio di Makassar, una linfa che gli inglesi toglievano dagli alberi in Indonesia per spalmarsela tra i capelli. Poi i nostri nonni - quelli che oggi hanno la stessa età della brillantina, tanto per intenderci - l’hanno utilizzata per imitare i protagonisti dei film muti, quelli in bianco e nero interpretati da Rodolfo Valentino & Co. Insomma, la brillantina non può certo lamentarsi della sua vita trascorsa sino ad oggi. Numerose infatti sono state le conoscenze Vips che ne hanno usufruito, considerandola un immancabile “addobbo”. Humphrey Bogart, Fred Astaire, Elvis Presley e James Dean... La più famosa marca italiana era la celebre brillantina Linetti. Indimenticabile lo spot dell’ispettore Rock, interpretato da Cesare Polacco. Rock era abile nel risolvere i vari casi polizieschi ma ogni volta che il suo assistente lo adulava dicendogli: "Lei è un fenomeno, ispettore: non sbaglia mai", lui rispondeva: "Non è esatto! Anch'io ho commesso un errore: non ho mai usato la brillantina Linetti". E togliendosi il cappello mostrava l'incipiente calvizie.
Anche Fidel Alejandro Castro Ruz ha ottan’tanni (più due, per la precisione, essendo nato il 13 agosto 1926). Figlio di un immigrato spagnolo divenuto proprietario terriero, viene riconosciuto quale leader della rivoluzione cubana contro il regime di Fulgencio Batista. Castro ancora oggi è ai vertici di Cuba anche se ormai il potere vero e proprio è passato nelle mani del fratello. Lo scorso 19 febbraio infatti, dopo esser stato al potere per quasi 50 anni, Fidel ha annunciato il suo ritiro dalle cariche presidenziali lasciando tutti i poteri al fratello Raul Castro Ruz. "Non vi dico addio. Spero di combattere come un soldato delle idee", ha dichiarato il lider maximo cubano, facendo intendere che continuerà ad esprimersi tramite gli organi di stampa ufficiali.
Come Castro, così la regina del burlesque Tempest Storm. E' stata spogliarellista e icona sexy degli anni Cinquanta, era conosciuta per “i seni più belli di Hollywood” o per “il davanzale favoloso”. Per un anno è stata fidanzata con Elvis Presley; il re del rock'n'roll infatti è stato suo amante per un anno, ma il suo manager non approvava un flirt con una spogliarellista. Oggi, a 80 anni passati e quattro matrimoni alle spalle, Tempest Storm - al secolo Annie Blanche Banks - si esibisce ancora (come una volta faceva con le colleghe Dixie Evans e Betty Page) sui palcoscenici di Palm Spring, Miami e Las Vegas. Oggi come un tempo Tempest Storm ha la chioma rosso fuoco, collane di strass e tacchi a spillo.
Charlton Heston aveva 84 anni quando, lo scorso aprile, si è spento nella sua casa di Beverly Hills. Heston ha lavorato con i più grandi registi e i migliori attori degli anni d’oro hollywoodiani e rimarrà nella storia per le sue interpretazioni di Ben Hur, El Cid, Il Pianeta delle Scimmie e molti altri film. E’ stato presidente della Screen Actors Guild e dell’American Film Institute.
Altra stella immancabile del cinema, nonché pilastro delle pellicole d’epoca, è l’ottantunenne Gina Lollobrigida, che ha segnato il cinema italiano del dopoguerra con il suo grande talento e la sua fortissima personalità. Trasferitasi a Roma nel 1945, ha iniziato a lavorare a Cinecittà come comparsa ed ha interpretato alcuni fotoromanzi. Nel 1947 ha partecipato al concorso di Miss Italia, classificandosi al terzo posto. Grazie a questa passerella, entra a far parte del mondo del cinema. Nei primi anni '50 compare in tantissimi film, ma nell'immaginario collettivo resta la “bersagliera”, la popolana bella ed intraprendente di Pane, amore e fantasia - pellicola diretta da Luigi Comencini nel 1953. Questa parte le vale una nomination ai British Academy Awards come miglior attrice straniera, aprendole le porte di Hollywood. In Italia è stata nominata Cavaliere della Repubblica e nell'ottobre 1996 Accademica onoraria dell'antica Accademia delle Arti del Disegno di Firenze.
And last but not least, devo citare tre persone pluriottantenni che tuttavia si mantengono in gran forma: le mie due nonne e mia zia. Reduci dalla seconda guerra mondiale, segnate di mille vicissitudini, tutte e tre affrontano la vita diversamente, ma con serenità. Certo le difficoltà non mancano, ma guardando loro - anche se non gliel’ho mai detto - capisco quanto sia giusto lottare ogni giorno per continuare a vivere. Non è retorica. E’ verità.

21.8.08

La Bellezza salverà il mondo

di Marco Apolloni
(sunto dell'Introduzione alla mia tesi specialistica Eros filosofo ed Eros tiranno. Studi platonici sull'amore con cui mi sono laureato lo scorso 14 Luglio presso l'Università "Vita-Salute" San Raffaele di Cesano Maderno, Milano)

L'amore per la Bellezza in Platone risponde ad una sua connaturata esigenza di ordinare il caos imperversante nella realtà sensibile con la superiore armonia - che è letteralmente: unione dei contrari - costituita dalla realtà intelligibile. L'ordinamento del disordine mondano per Platone significava una cosa sola: la realizzazione dell'antica profezia secondo cui la Bellezza avrebbe salvato il mondo. Poiché parafrasando Platone: la Bellezza è lo splendore del Bene. Diceva il poeta romantico inglese John Keats nella sua celebre lirica Ode su un'urna greca: "Beauty is truth, truth beauty"; “la Bellezza è Verità, la Verità Bellezza". Tale concezione romantica corrisponde anche a quella classicista dei Greci, i quali consideravano la Bellezza: esteriorizzazione di un'interiorità. Essere belli e essere buoni per loro significava la stessa cosa. Non a caso Platone fa coincidere il Bello con il Sommo Bene, posto come vertice del suo apparato concettuale. In definitiva l'estetica platonica è inseparabile all'etica platonica. Dato che l'una, la Bellezza, non è che la manifestazione sensibile di un'idea altresì intelligibile, qual è appunto il Bene. Il tema della Bellezza che salverà il mondo viene rispolverato in età moderna dal grande romanziere russo F. Dostoevskij. In particolare nell'opera L'Idiota, che ha per protagonista un essere assolutamente buono, il principe Myskin, alle prese con un mondo invece profondamente malvagio. La missione di questo eroe atipico sarà appunto quella d'instillare il seme della Bellezza, di cui lui è portatore, in un contesto di assoluta desolazione spirituale. Missione che lui stesso fallirà inesorabilmente; così come fallì Cristo portatore del divino, ma che tuttavia non fu creduto dagli uomini e per questo fu crocifisso. Entrambi questi fallimenti, però, sono accomunati dal tratto distintivo della sconfitta onorevole. Infatti, pur non riuscendo nella loro missione al primo tentativo, sia Myskin che Cristo sono riusciti comunque a gettare le basi - chissà - per una futura vittoria finale. Il loro merito consiste nell'aver donato la speranza ai loro simili. La speranza di poter credere che un giorno le brutture di questo mondo cesseranno del tutto grazie all'intervento rigenerante della Bellezza. La Bellezza domina L'Idiota di Dostoevskij, dalla prima all'ultima pagina, aleggiando su tutto il romanzo ed esercitando sui lettori un'irresistibile fascinazione. Bellezza che, in altri termini, non può che essere di derivazione platonica, visto l'indiscutibile Platonismo della cultura ortodossa, di cui Dostoevskij fu uno dei massimi esponenti. Non a caso uno dei testi fondativi del misticismo russo s'intitola Filocalia, che vuol dire proprio: amore per la Bellezza. Riassumendo: sia Platone che Dostoevskij non credevano in questo mondo, preda della bruttezza, bensì non smisero mai di credere nell'oltremondo della Bellezza - intesa appunto come fuoriuscita da un mondo inferiore. Entrambi corroborarono la profezia sulla Bellezza salvatrice. E lo stesso dovremmo fare noi, in un momento così difficile della nostra storia...

19.8.08

Un viaggio a Paris...

di Marco Apolloni

Dici Parigi e ti vengono in mente un sacco di cose. La città più romantica del mondo - prima o dopo la nostra Venezia? -, la ville lumière, la Tour Eiffel, Montmartre, gli Champs-Élysées, Montparnasse, il Louvre, Notre-Dame e potrei andare avanti fino a domattina. E invece - mentre davanti a me si srotolavano i chilometri di asfalto che separano l'aeroporto Charles De Gaulle dal mio albergo di Boulogne - il primo dettaglio saltatomi agli occhi, a parte i conigli selvatici di cui sono invasi i boschi parigini, sono state le mobilie abbandonate sotto i ponti. Queste formavano delle specie di scalcinati appartamenti all'addiaccio, indubbiamente poco confortevoli, abitati dai clochards. Ovvero: creature in carne ed ossa del sottosuolo parigino, che di giorno si mimetizzano fra la massa indistinta dei passanti e di notte trovano ristoro in simili rifugi improvvisati - ma se non altro arredati con gusto. La cosa curiosa è che sotto questi ponti si può trovare di tutto: biciclette appese all'ingiù che fungono da lampadari astratti, lavatrici abbandonate - o perlomeno quel che ne rimane, visto che assomigliano più a degli "scheletri" di lavatrici - e materassi sbudellati con le piume che fuoriescono da tutte le parti. Il primo paragone che mi viene in mente è il film La leggenda del Re pescatore (1991), dove uno squinternato Robin Williams interpreta il ruolo di un homeless ex professore di storia medievale, uscito di senno dopo la morte violenta della sua fidanzata. Questo Lancillotto dei nostri giorni affronta la giungla metropolitana newyorkese come fosse un mondo fatato, mettendo in atto una goffa ricerca del Santo Graal, che prevede anche la sconfitta di un drago cattivo - rappresentante i suoi incubi ricorrenti...
Spinto dalla curiosità chiesi spiegazioni al mio autista franco-algerino, che non fece altro che confermarmi l'idea che mi ero già fatto su quelle abitazioni per senza tetto. Prima di avere il tempo di ritornarmene a sedere, questo simpatico "Caronte" non rinunciò a lanciarmi una frecciatina, facendo un accenno alle immagini televisive sull'immondizia di Napoli - che apparivano indelebili su tutti i telegiornali francesi, dando un'immagine neanche troppo inverosimile dell'Italia ridotta ad un cumulo di rifiuti tossici. Al che io scossi la testa sconsolato, punto sul vivo nel mio orgoglio italico. Nel prosieguo del mio soggiorno parigino mi è capitato anche di assistere alla raccolta "poco differenziata" di monetine nella fontana del Louvre - dove i turisti esausti si sedevano per trovare un po' di sollievo e frescura. Il protagonista di quest'impresa era un francese forse alcolista forse tossicodipendente ma di sicuro ben organizzato, scalzo e con i pantaloni tirati in su. Con l'abilità consumata di un cercatore di pepite d'oro e le movenze collaudate di un automa, tuffava le sue dita nella pozzanghera d'acqua in cerca di qualche monetina, scartando con stizza tutte quelle da 1, 2 o 5 centesimi. Solo in qualche rara occasione riusciva ad estrarre qualche pezzo da 1 euro e, con gesto furtivo, lo riponeva nelle tasche. Come un cane attaccato al suo osso, lui era attaccato a quei pochi spiccioli che gli permettevano a malapena di sopravvivere. Clochards a parte, Parigi mi ha comunque offerto tantissimi altri spunti. Ad essere sincero, quel che più mi rimarrà dentro della capitale francese, al di là dei pinnacoli gotici di Notre-Dame, dei trecento e passa scalini per raggiungere la guglia del Sacré-Coeur o della vista mozzafiato che si gode in cima alla Tour Eiffel, saranno i ponti parigini. Scherzando ho sempre detto che con la mia laurea in filosofia, che so benissimo non essermi granché utile, sarei finito prima o poi sotto i ponti o Under the bridge - come cantano i Rhcp. Morale: finita questa laurea, ho deciso di prenderne un'altra, magari in Ingegneria. Così facendo, almeno, potrò evitarmi lo sgradevole inconveniente di diventare anch'io un inquilino dei ponti...

2.8.08

Citanò...

di Silvia Del Beccaro
Strano sentirti immigrata in Italia. Specie se l’Italia è il tuo paese natio. Eppure può accadere. L’ho vissuto io in prima persona quando ho deciso di lasciare il mio bilocale “fashion” situato nell’hinterland milanese per trasferirmi in una peschereccia cittadina del Centro Italia. Qui, dove i tempi sono rallentati. Qui, dove si vive su e per il mare (oltre che per le calzature). Qui, dove le case sono sempre aperte e pronte ad ospitare qualcuno. Perché la gente qui, specialmente la popolazione più anziana, è così: genuina. Vive di piccole cose, legge il quotidiano commentandolo insieme all’intero quartiere, chiacchiera all’aria aperta. E se a Milano erano i circolini Arci a fungere da luoghi di aggregazione, qui a Citanò (che è Civitanova Marche, nel maceratese) i vecchi indigeni civitanovesi confabulano ad ogni angolo della città seduti fuori dai portoni delle abitazioni. Se inizi ad ascoltare le loro conversazioni animate, tu lombarda – anche se sei mezzosangue perché un po’ milanese e un po’ toscana – inizi a sentirti come Antonio Banderas ne Il tredicesimo guerriero. Lui, arabo al cento per cento, ascolta con attenzione le parole dei guerrieri vichinghi che viaggiano insieme a lui, ma ciò che dicono è incomprensibile. Ndo’ sta lo frigo? Stava anda' gio’ pe’ la Pescara. Ma come può un “frigorifero” , mi sono chiesta io, muoversi e andare da qualche parte? E soprattutto, dove mai potrebbe andare? Tenace e caparbia più di un mulo, non mi sono data per vinta. Giunta a Citanò armata di Zingarella (vocabolario rivolto ai pendolari che frequentano la rotta Lombardia-Marche) ho iniziato a captare qualche parola. Più trascorreva il tempo e più iniziavo a capire qualcosa, proprio come Banderas. E finalmente tutto nella mia mente si è schiarito. Hai visto il ragazzino? Sì, stava andando giù per la Pescara (ovvero la nazionale che collega Ancona a Pescara e dunque le Marche agli Abruzzi). Certo, oggi rimango pur sempre un’immigrata del Nord che non parla fluentemente la lingua locale, ma almeno ora posso dire: Citanò me pija vè.

18.7.08

"La religione in Jean-Jacques Rousseau": nuovo saggio per Marco Apolloni

Questo saggio delinea i tratti di un credente anomalo: Jean-Jacques Rousseau. Il modo rousseauiano di recepire la religione – nella sua dimensione naturale e civile – è sicuramente interessante e attuale. Interessante perché propone una netta separazione tra il messaggio verace della religione cristiana e il suo totale appiattimento in sede vaticana. Attuale perché il dibattito odierno ha riportato all'attenzione di tutti l'importanza di concepire nella maniera più sana ed equilibrata possibile le religioni, sgomberando il campo da tutti quei nocivi fanatismi. Al giorno d'oggi, grazie alle conquiste avutesi con l'Illuminismo – c'è chi ancora si ostina a non riconoscerne gli effettivi benefici –, non ci impressiona più di tanto sentire aspri giudizi su quel fenomeno sempre più temporale e sempre meno spirituale che è la Chiesa di Roma. Ma se si guarda indietro con il pensiero, converremo che occorre ringraziare, oltre che Voltaire, anche il pensatore Ginevrino se oggi possiamo esprimere liberamente le nostre opinioni in materia religiosa, senza necessariamente venire tacciati di empietà. Rousseau infatti è stato capace di scrostare – come la statua del Glauco marino – tutto l'apparato dottrinario impregnante l'edificio del dogma cristiano, spogliandolo di tutti quei cavilli che ce lo rendono antipatico. Quella di Rousseau è l'esigenza innata e insopprimibile di ciascun credente, ovvero: di chi è in grado di sentire nel più profondo di sé certe vibrazioni superiori e non fare alla maniera degli atei, i quali si coprono le orecchie e fanno finta di non sentire. In definitiva, la più grande scommessa vinta da Rousseau è senza dubbio quella di averci proposto una “religione laica”: non più oppio dei popoli (Marx), ma salvagente al quale aggrapparsi per non finire travolti dalle tempeste della vita...

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Nato nel 1983 a Jesi, in provincia di Ancona, Marco Apolloni vive a Castelfidardo (An). Dopo aver intrapreso cinque anni di studi scientifici, durante i quali è emersa la sua vena umanista, ha conseguito la laurea triennale presso la Facoltà di Filosofia dell’Università “Carlo Bo” di Urbino. Al momento è specializzando in Filosofia della Storia presso l'Università “Vita-Salute San Raffaele”, con sede a Cesano Maderno (Mi). È l'ideatore del blog NoIperborei, un progetto multimediale a cavallo tra filosofia e letteratura che, sin dai primi mesi di vita, ha riscosso un discreto successo. È stato infatti recensito da alcune testate online ed ha visto nascere gemellaggi coi principali siti filosofici e letterari del panorama nazionale. Apolloni ha già pubblicato un saggio intitolato CineFilosofando (Kimerik Edizioni, 2008), dove analizza alcune opere cinematografiche rapportandole a diverse tematiche filosofiche e non solo. L'autore, inoltre, collabora in qualità di consulente letterario e critico cinematografico con la rivista Impegno Sociale, un periodico bimestrale edito da Maes Edizioni, con sede a Milano.

13.7.08

Piccole Juno (2007) crescono

di Marco Apolloni

Dopo i piovaschi della prima ventina di giugno, già temevamo il peggio: un'estate da passare con la spada di Damocle calata in testa, tra un bagno e una tintarella. Ammettiamolo... Ciascuno di noi ha segretamente temuto di dover trascorrere il proprio tempo in spiaggia con gli occhi puntati verso i nuvoloni provenienti dalle Alpi o dall'Appennino. Timore, a quanto pare, infondato. L'estate così a lungo sognata alla fine ci ha degnato della sua presenza. A dire il vero ci ha colti un po' impreparati, con il barometro costantemente fisso tra i 30 e i 35 gradi in tutte le principali città italiane. Così all'improvviso, inaspettata, potente, suadente, l'estate è tornata a far parlare di sé. E con l'arrivo della bella stagione certe passioni sepolte in noi, certe nostre fisiologiche pulsioni, sono tornate a farsi sentire. Con tutta quella mercanzia davanti, come resistere alle mille e più tentazioni della carne - fin troppo "debole" in certi periodi. Del resto l'estate è la stagione ideale per tutti i tipi di accoppiamento, mammi­fero e non. Ce n'è per tutti i gusti. Come canta Max Gazzè, ci risia­mo. È sempre: Il solito sesso...
Ricordo con un pizzico di nostalgia quando - ancora sedicenne e imberbe - fantasticavo su chissà quali conquiste estive, che ad essere sinceri poi nel novantanove per cento dei casi quasi mai si avveravano. Non saprei dire perché, ma certe fantasie appartengono proprio alla stagione estiva, sovrabbondante di stimoli e aspettative. D'estate le scuole chiudono i battenti e non potete capire cosa significhi “darci dentro” con partitelle di calcetto, nottate al luna park o in discoteca. O ancora al chiaror di luna, lasciandosi cullare dall'impercettibile rumore cadenzato delle onde che s'infrangono sulla battigia, tra una serenata e l'altra dedicata alla propria intrigante coetanea, nonostante tu sia ben consapevole in cuor tuo che la lei di turno tanto non ci starà mai e finirà fra le braccia del ragazzo più grande seduto attorno al fuoco, con il ciuffo ribelle e quell'aria da poeta maledetto. L'estate sta ad un sedicenne, di oggi e di ieri, come la fogliolina di basilico sta alla passata di pummarò fresca. In questa stagione la stragrande maggioranza di noi ha consumato la sua fatidica "prima volta", che - c'è da scommetterci - non è mai risultata come la si aspettava (ma che diamine è pur sempre la "prima" e per molti non dico "l'ultima" ma poco ci manca). Di solito ce ne passa di tempo tra il battesimo del fuoco e il ritorno in trincea, che quasi si ridiventa "vergini" nel frattempo. Io credo che quell'aura mitica che assume la first time stia tutto nella lunga attesa che l'ha preceduta e la non meno lunga attesa che la seguirà. Il problema è che si arriva quasi sempre troppo impreparati al catartico evento e l'ansia da prestazione che accompagna questa smodata attesa ci induce a delle magre figure. Magari ci si atteggia a navigati uomini di mondo, con quella gestualità tanto spavalda quanto truffaldina dello sciupafemmine incallito; quando, in realtà, questo portamento fasullo serve solo a fingersi più sicuri di quanto non si sia effettivamente. Solo più tardi, dopo le prime e mal riuscite volte, ci si rende conto del proprio impaccio iniziale e si ripensa quasi da un punto di vista spersonalizzato al proprio se stesso sedicenne, manco si trattasse di un perfetto estraneo. E non credete a quel che vi raccontano i tg: dietro l'apparente e disinibita emancipazione sessuale dell'odierna gioventù, quella goffaggine non è ancora del tutto scomparsa.
Il sesso viene vissuto dalle nuove generazioni come uno dei tanti giochi, per i maschietti quasi paragonabile ad una partitella alla play-station e per le femminucce ad un evento da incorniciare nei propri diari sempre più "piccanti". Ascoltando discorsi di amici, mi è capitato di sentire più di una volta storie tanto inverosimili quanto tutte rigorosamente vere, in cui ragazzine poco più che tredicenni si cimentano in peripezie "orali" tra un coca & rum e l'altro - come se si trattasse delle nuove frontiere dello sport mondiale - e dopo se ne escono con frasi del tipo: "L’ho fatto così per gioco, tanto è una cosa normale, la fanno anche le mie amiche, poi se devo essere sincera nemmeno mi piacevi tu, ma quel tuo amico più belloccio". Recenti fatti di cronaca inducono a pensare che fenomeni simili siano solo la punta di un iceberg, evidentemente molto più grande e incomprensibile di quanto non si possa pensare. Ragazzine americane ultra-viziate e annoiate dalla loro non appagante vita quotidiana, emule dell'eroina del film Juno (e ti pareva che Hollywood non c'entrasse con quest'ennesima bravata), si sono ripromesse di rimanere incinte entro e non oltre il giorno del loro sedicesimo compleanno. A questo punto un dubbio mi sorge spontaneo: chissà quanto ci vorrà prima che qualche ragazzetta made in Italy copi la moda lanciata dalle sue coetanee yankees?! Una voce dentro di me suggerisce "non molto", vista la nostra alta percentuale di riciclaggio della spazzatura mass-mediatica proveniente da Oltreoceano. Per sconfiggere tale lordume, infatti, temo - ahimè - non basteranno tutti gli inceneritori promessi alla popolazione campana...

26.6.08

Il ritorno del “Boss” – 25.6.08, Stadio S. Siro, Milano

di Marco Apolloni

Dio solo sa da quanto tempo aspettavo di vivere un simile, emozionante ed indimenticabile concerto del mio primo “idolo” musicale – in coabitazione con Bono Vox & Co. – e finalmente sono stato accontentato. Ieri sera, una torrida sera d'inizio estate, il rocker statunitense ha dato vita ad uno spettacolo indescrivibile. L'anno scorso, più o meno in questo periodo, sullo stesso palco di S. Siro avevo visto dimenarsi Mick Jagger e i suoi Stones. Quindi è stato piuttosto inevitabile per il sottoscritto fare dei paragoni. E se vi dico che Mick e i suoi in confronto a Bruce e all'inossidabile E Street Band mi sono sembrati dei dilettanti o quasi, dovete assolutamente credermi.
Parlata italiana meno impacciata del previsto, movenze da cowboy incallito, solita faccia da schiaffi e potenza magnetica contagiosa. Così si è presentato il 58enne – anche se va per i 59 – born in the Usa – come la sua omonima e forse più celebre canzone. Unico appunto, anzi due, che ho da fare a Springsteen è l'aver deliberatamente omesso due hits che noi fans irriducibili ci aspettavamo, pendendo dal suo microfono. Mi riferisco alla già citata canzone scritta contro la disastrosa campagna militare americana in Vietnam e a The river. Ma come si fa, dico io, a non cantare la canzone che ha fatto mettere al mondo più figli negli ultimi due decenni?! Diciamo che Bruce si è fatto ampiamente perdonare cantandoci Born to run, Spirit in the night, I'm on fire, Darkness on the edge of town, Hungry hearts, Racing in the street, Because the night – tanto per citarne alcune.
In particolare durante l'esecuzione della prima, con le luci ad illuminare il parterre “oceanico” tant'era riempito in ogni ordine di spazio – ho avuto la netta impressione di trovarmi nel bel mezzo di una folla giubilante di pellegrini induisti sulle rive del Gange, fatta eccezione che i pellegrini qui in questione erano di altra religione, precisamente springsteeniana –, dove una scossa di pura energia si è impadronita di me e mi ha dato i brividi. Nell'ascoltare la prima strofa della canzone più beat che sia mai stata scritta, mi sono abbandonato ad un nugolo di reminiscenze e fantasticherie adolescenziali e ho rimembrato i bei pomeriggi passati a leggere in giardino, nel pieno della calura estiva, sprofondato nell'ennesima rilettura di On the road e cullato dalle note di Born to run... Oppure della seconda. Qui addirittura, in preda ad una sorta di delirio d'onnipotenza, ho osato sporgermi dal parapetto del mio posto mignon – schiacciato com'ero peggio d'una sardina – tra springsteeniani come me aventi l'unico, a mio avviso, spregevole difetto di fumare come dei turchi. Ho alzato i pugni al cielo in segno di magnum gaudio cantando a squarciagola come un ossesso il ritornello: Because the night belongs to lovers / Because the night belongs to us...

Assistere alle gesta di questo dio-della-musica dei nostri tempi è stata per me una sensazione beatificante. Inutile dirlo, solo chi c'era può capirmi. La bravura di Bruce, oltre che nella sua maestosa voce – che con gli anni sembra aver acquistato una maggiore e più piena consapevolezza di sé e delle sue inesauribili capacità –, oltre al fatto di avere un band con gli “attributi” giusti e che “spacca”, va tutta ricercata secondo me nel suo essere un uomo prima che un artista assolutamente genuino: capace di emozionare e di emozionarsi sul palco. Molti “mostri sacri” alle luci della ribalta come lui, non hanno queste sue essenziali capacità – che sono più facili a dirsi che a farsi. Per raggiungere l'empatia con il suo pubblico a Bruce non serve la bacchetta magica né tanto meno servono effetti spaziali – tipo giochi di luce strani, palchi disegnati su misura dai migliori designer del mondo, fumi densi e mefistofelici o chi più ne ha più ne metta (da notare l'assoluta sobrietà scenica con cui era addobbato il palco e il minimalismo assoluto degli effetti usati per la serata). A lui basta essere semplicemente se stesso, basta metterci la faccia, basta insomma essere al cento per cento Bruce! Noi 61mila in visibilio dalle gradinate ci rivolgevamo a lui – al termine di ognuna delle sue più epocali songs – in un solo coro di: “Brùs brùs brùs brùs brùs brùs brùs”. Coro, questo, che non ha eguali nel mondo della musica e ti fa venire la pelle d'oca tant'è martellante. L'unico parallelo che mi viene in mente è con l'universo calcistico e mi rivolgo nello specifico al tipico modo di festeggiare dei tifosi del Manchester United i goals di quello che all'epoca era il loro bomber di razza – attualmente in forza al Real Madrid – Ruud Van Nisterloy. Il loro coro era: “Rùùd rùùd rùùd rùùd rùùd rùùd rùùd”...
Parallelismi calcistici a parte, c'è poco da fare: il “Boss” è un'autentica forza della natura, la cui potenza potrebbe paragonarsi a quella dell'uragano “Katrina” che si è abbattuto tempo fa sulla Louisiana e ha raso al suolo, o quasi, la bellissima New Orleans. Con l'unica palese eccezione che Bruce è un uragano benefico nel senso che non solo non distrugge, ma nei suoi trent'anni e passa di carriera ha edificato le coscienze di milioni di americani, e non solo, con il magma incandescente delle sue canzoni di denuncia sociale. Canzoni che grazie al potente “grimaldello” della musica sono riuscite a ritagliarsi uno spazio pienamente autonomo e autosufficiente, più simbolico e significativo che altro per carità – ma pur sempre di spazio si tratta –, di anti-potere e contro-cultura. “Anti” il potere di ottusi e prepotenti governanti, “contro” la cultura musicale dominante fatta di popstars ultra-patinate alla Britney Spears – somiglianti in tutto e per tutto alle celeberrime statue di cera del museo londinese Madame Tussaud's.
Prendete la vena autoriale del più ispirato Bob Dylan e la scarica di adrenalina pura di Elvis, e ne otterrete Bruce Springsteen. Lo so, lo ammetto, forse ho esagerato un po'. Non ho nessuna presunzione di ritenermi imparziale ed oggettivo. Lascio l'imparzialità e l'oggettività a quelle “stalattiti” di critici benpensanti del tipo: Mister-so-tutto-io. Anche perché ritengo certa critica l'escrescenza pruriginosa della nostra società consumistica. Io non sono un critico – né tanto meno ci tengo ad esserlo –, sono solo un fan sfegatato – lo riconosco senza problemi –, che ha ancora davanti agli occhi quel meraviglioso miracolo musicale formato da Bruce Springsteen e dalla sua “mitica” E Street Band...

23.6.08

Festa gitana in Camargue

di Silvia Del Beccaro

Correva l’anno 1994. La meta del viaggio era già stata definita: avremmo dovuto sostare qualche giorno in un campeggio medio-grande e studiare attentamente le ripide dell’Ardeche, poi affrontarne la furia nei giorni seguenti. Avremmo disceso il fiume francese, chi in canoa chi in kayak. Solo dopo essere arrivati a destinazione ci saremmo mossi verso sud, verso la costa meridionale della Francia e le sabbie bianche di Thaiti. La discesa andò liscia, nonostante qualche capottamento nelle ripide più note. E così partimmo, alla volta del Sud. Decidemmo di avventurarci verso un terreno da noi ancora inesplorato: la Camargue. Dopo un tour improvvisato, avanzando per tentativi, e sbagliando spesso strada, giungemmo a destinazione.
Mi avevano detto che la Camargue fosse un terreno ancora incontaminato, la patria della natura, dove i cavalli e gli aironi vivono in totale libertà senza vincoli né cacciatori. Mi aspettavo un’oasi naturale, immensa, in cui uomini e animali vivono a stretto contatto, senza vincoli, nel pieno rispetto delle specie.
Arrivammo al tramonto. Il sole era un cerchio di fuoco, proprio come nelle stampe vendute dai baracchini ai margini della strada. Ne acquistammo una. Il paesaggio era identico. Mozzafiato.
Entrammo a Saintes-Maries-de-la-Mer, “capitale” della Camargue ma, soprattutto, punto di raccolta per tutti i gitani del mondo. In ogni angolo della città chitarristi rom si esibivano proponendo il repertorio musicale dei Gipsy Kings. Che musica. Muovevano le dita con una tale leggerezza... Erano tutti rom, o quasi. Beh, la stragrande maggioranza di quei musicisti apparteneva ad una popolazione nomade. Eppure in Camargue il nomadismo era - ed è tuttora - considerato alla stregua di una virtù. Esiste perfino una festa, nel mese di maggio, a Saintes-Maries-de-la-Mer, in onore del popolo gitano. È la festa di Santa Sara, protettrice dei nomadi, alla quale i fedeli fanno risalire l'antica evangelizzazione della regione.
Sono più di 10.000 gli zingari che da ogni parte del continente si radunano in Camargue per prendere parte alla processione religiosa. Fra veglie, preghiere e canti si assiste e si partecipa a una suggestiva cerimonia di folklore. La vera festa però è nelle strade, nella piazzetta, fra gli accampamenti, tra gli zingari che trascinano anche chi non è prettamente uno di loro: danze, veglie notturne, canti e falò.
La tradizione gitana emerge e non può essere ignorata dai passanti. Scoppia nelle urla d’allegria delle sue donne, divampa negli animi dei musicisti che invitano tutti ad accompagnarli coi canti.
E poi la processione: una vera fiumana di gente che, credente, venera la propria protettrice - forse unico vero punto di riferimento in una vita senza legami. Oggi “nomadismo” è associato a “criminalità”. Non si può scappare da questo pregiudizio, è ormai parte della nostra cultura. Ma pensiamo che a pochi chilometri da noi, in un Paese col quale confiniamo, esistono popolazioni intere che riescono a radunarsi e fare del loro girovagare una virtù, degna di essere fotografata e vissuta dai turisti - che ogni anno accorrono a centinaia per assistervi. Riflettiamoci su. E magari... Viviamola insieme a loro!

12.6.08

Recensione "Caos calmo"

di Marco Apolloni

Lo ammetto, in materia di libri non sono proprio uno sciovinista. Ma stavolta, con Caos calmo di Sandro Veronesi, mi son dovuto ricredere. È un libro piuttosto voluminoso, in teoria scoraggiante già a priori, anche se - leggicchiando il retro della copertina e dando una sfogliata furtiva all'opera in questione - ti fa sperare di trovarvi qualcosa per cui valga la pena leggerlo. La trama lineare e originale si dipana per 450 pagine senza mai annoiare il lettore - che del resto è il requisito essenziale per qualsiasi libro che si rispetti. Un padre di mezza età si ritrova dalla sera alla mattina a dover badare da solo alla sua bambina, a causa della morte improvvisa e inaspettata della sua compagna. Per farlo lui adotterà una tecnica davvero particolare: il primo giorno di rientro a scuola dopo le vacanze estive promette alla figlia di aspettarla fino al suono della campanella lì fuori, in modo da rimanerle più vicino e non farla sentire troppo sola. La figlioletta basita, accetta e schizza in classe. Passa un giorno, due, tre, quattro e questo papà eccentrico di nome Pietro Paladini ci prende l'abitudine e non si scolla più dal suo personale angolino, da cui osserva il brulichio della vita intorno a lui. Si ritaglia questo posticino nel mondo perché è sbalordito di non riuscire a soffrire per la perdita della compagna, con la quale peraltro si sarebbe dovuto sposare a breve. Sofferenza, invece, che egli vede riversarsi addosso da una lunga sequela di personaggi, i quali gli confessano le loro più inconfessate paure e angosce esistenziali. Una cognata già con due figli a carico a cui badare e messa incinta per la terza volta consecutiva da un tipo con cui è stata una notte e via e che quindi non potrà mai essere un padre modello. Cognata con la quale, peraltro, Pietro era finito a letto prima ancora di conoscere la sorella di lei, che sarebbe poi diventata la madre di sua figlia. Vi sono due stranissimi colleghi di lavoro: il kafkiano Piquet ed il gesuitico Enoch. Il primo più fulminato di una lampadina, ha una giovane amante, bella, che lo fa uscire dai gangheri con frasi sconnesse e volgari per poi subito dopo correggersi e negare l'accaduto. Il secondo si licenzia in tronco dalla compagnia perché non condivide le ragioni della fusione, che sta per abbattersi sulla loro azienda; perciò decide di rifugiarsi in una sperduta missione in Zimbabwe. Oltre ai suddetti personaggi, durante la sosta ad oltranza nella sua monovolume Pietro dovrà fare i conti con un'avvenente ragazza - che come unica occupazione fa spinning ogni mattina - e con la madre di un ragazzo affetto dalla “sindrome del cromosoma in più” - a cui Pietro regalerà delle piccole soddisfazioni salutandolo ogni volta coi fari lampeggianti della sua auto. C’è infine un altro vedovo, un perfetto sconosciuto, anch’egli di origine romana come Pietro, che lo invita per un'abbuffata di pastasciutta a casa sua e gli rivela tutta la sua comprensione, visto che pure lui ha dovuto affrontare la perdita della moglie. Azzeccata e funzionante in ogni minimo dettaglio è la lunga scena di “sesso africano” tra Pietro ed Eleonora Simoncini, magnate dell'industria dolciaria svizzera alla quale Pietro aveva salvato la vita il giorno in cui venne a mancare Lara, la sua compagna. Riassumendo, Caos calmo è un libro che consiglio caldamente di leggere. Arrivato all'ultima riga dell'ultima pagina mi è venuto in mente un paragone lusinghiero sull'autore: si potrebbe dire che Sandro Veronesi è il Nick Hornby italiano, solo molto più bravo di Hornby. In effetti, a pensarci bene, per ogni bel libro straniero che comprate ce n'è uno italiano altrettanto bello, che merita qualche quattrino di fiducia in più. (ndr. Dal romanzo è stato tratto il film di Antonello Grimaldi, interpretato da Nanni Moretti ed Isabella Ferrari - rispettivamente Pietro Paladini ed Eleonora Simoncini - vincitore di tre David di Donatello.)